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Storie, favole e giochi!

Quando parliamo di giochi è vero che ogni attività è tipica o “funziona” meglio ad una certa età: se mettiamo un bambino a giocare con il trenino di legno a 1 anno ha un significato. Se lo stesso trenino lo proponiamo a uno di 6 la reazione in cui dobbiamo sperare è quella di uno sguardo deluso e dubbioso. Anche rispetto al racconto di storie e favole e similari, frequentando un po’ i bambini è abbastanza naturale sospettare che una certa modalità di racconto, una serie di azioni e personaggi ha senso a cinque anni per un maschio e non ha senso per la bambina di due. [Questo non significa che le femmine amano le principesse e i maschi i draghi, anzi. Però se racconto una storia lenta e senza troppi “accadimenti” a bambini grandicelli, presto si annoiano!]
Ma raccontare storie e favole è una delle attività che accompagna una vita fin dal suo inizio. Mangiare una pappa ha con sé una serie di racconti più o meno fantastici che possono accompagnare una vita intera: dai primi racconti, si creano personaggi e amici e mondi che accompagneranno i nostri bimbi per degli anni interi!
Cerchiamo ora di individuare quelle che sono le funzioni principali delle storie (e di molti dei giochi che i bambini fanno!) e analizziamo le due macro-categorie:
a. Rielaborare
b. Acquisire/imparare
a. Rielaborare: che cosa? Bè innanzitutto ascoltare/raccontare una storia serve per rielaborare la giornata e i principali accadimenti di questa. Ricordiamoci che per un bambino vivere una giornata di asilo è un mondo parallelo, pieno e fantastico. È un mondo dove una altissima percentuale di situazioni, parole, volti etc non trova una spiegazione immediata né logica se visti con gli occhi dei piccoli. Ecco allora che avere nella storia un bambino che ha paura aiuta nostro figlio a capire, a dare parole a una sua sensazione. Per questo, soprattutto quando si è piccoli, le storie è giusto che siano “lente”, ripetitive, che accompagnino il bambino all’emozione della paura e gli facciano capire come se ne esce.
Rielaborare perché, come accade nel gioco di ruolo (ovvero nel gioco “faccio finta di essere…”) una sgridata della mamma ha con sé una serie di azioni, un crescendo di “nervoso” che il bambino non riesce a spiegarsi bene. Ecco allora che provare a fare la mamma che sgrida è un modo per capire la rabbia della mamma e come interagire. Un modo per rielaborare le prassi che accompagnano scene di vita quotidiana. Copia e incolla per maestra, papà e – crescendo – la venditrice del negozio, il benzinaio, etc.

b. Imparare/Script culturali e stili di comportamento
Imparare è una funzione trasversale a tutte le storie e favole… Ogni cultura ha il suo specifico “setting e svolgimento”. Le fiabe hanno, secondo Jung, dei contenuti comunque trasversali a qualsiasi tipo di cultura. La favola classica (la leggenda, il mito) rende concreti alcuni aspetti “sotterranei ad ogni cultura”: il vecchio è il saggio, ha qualità morali, è colui che pone le domande che avviano una riflessione, che consiglia.
Ma una storia è anche un modo per acquisire degli stili di comportamento, ovvero sapere come comportarsi in determinate situazioni… no ok, non quando ti pungi con l’arcolaio, ma sapere cosa succede quandi ti comporti beneo male, quando sei leale, quando marini la scuola e ti perdi nel paese dei balocchi. Ecco allora che le buone e vecchie morali che le favole classiche insegnano, sono parte integrante della crescita di un bambino e di una bambina.
(segue nel prossimo post!)

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