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Riflessioni su aggressività 0-3

Affinché alcuni comportamenti infantili individuali o di gruppo possano trovare un senso, occorre intenderli come dei richiami, degli SOS lanciati attraverso mess

aggi “fuori codice” da non lasciar perdere e da interpretare adeguatamente. Questo il compito e 

l’attenzione costante degli educatori che sono chiamati appunto a

dare senso ai comportamenti dei bambini, a rimandare loro immagini adeguate e a farli evolvere.

La prima via espressiva dei bambini è quella corporea attraverso cui essi esprimono emozioni legate ai fondamentali meccanismi di piacere/dispiacere (fisiologici o psicologici). Per un corretto sviluppo occorre che tali emozioni trovino adeguate vie di espressione, che siano tra l’altro anche socialmente accettabili. Quando un bambino non trova queste modalità, “esplode” a livello di tono, movimento, voce, mimica… e questi comportamenti vanno quindi intesi come sintomi di altro a livello più profondo.

Ma che cosa c’è sotto? Innanzitutto c’è un bisogno di attenzione, un voler comunicare qualcosa… a chi?

  1. Attenzione verso i pari per non con-fondersi
  2. Provocazione verso gli adulti

In alcuni momenti, quando la presenza dell’adulto è meno sentita e impellente come ad esempio durante il gioco libero o nei momenti che Nicolodi[1] c
Di solito il “fare il pagliaccio” (che equivale al voler essere leader in altre situazioni) è rivolto ai rapporti orizzontali, ovvero con pari, la provocazione invece è rivolta ai rapporti verticali, con gli adulti importanti. In particolare, per un bimbo con tali bisogni, il dover condividere un adulto importante come l’educatore con gli altri risulta un compito troppo difficile e serve attirare l’attenzione di questo in qualunque modo (con la provocazione, appunto) che finisce per essere un modo che fa star male entrambi gli interlocutori (adulto e bambino) che si ritrovano quindi in un circolo vizioso. Un bambino non può accedere positivamente al rapporto con gli altri e non può sentirsi parte di un gruppo se non ha consolidato adeguatamente il suo rapporto con l’adulto: quante volte invitando ad es il gruppo a fare una cosa, si è costretti a chiamare per nome uno dei bambini affinché questo si attivi?! È un modo per il bambino di sentirsi speciale, considerato e nutrito in questo che è un bisogno a livello emozionale. Attorno ai tre anni tale bisogno, tale tappa evolutiva appare acquisita, mentre se permane significa che qualcosa a livello emozionale è saltato e va ripristinato. Al nido invece è necessario sostenere i bambini in questi loro fisiologici bisogni di rassicurazione, di costruzione di identità e rimando di immagini di Sé, tanto più con bambino con un Io debole (che può poi essere un bambino particolarmente taciturno e “gregario”, quanto un bambino aggressivo e “leader”).hiama “contenitori istituzionali” (entrata/uscita, pranzo, risposo), il bambino può “fare il pagliaccio” con gli altri bambini e provocare l’adulto. Nulla in questi momenti sembra contenere il bambino, attrarlo ed essere sufficientemente significativo per lui: il bambino si muove, fa gesti esagerati, mimiche strane, usa la voce e il linguaggio senza senso, usa il materiale in modo persino pericoloso etc. Il bambino risulta vuoto della presenza dell’altro e fa il pagliaccio come per dire “Guardatemi! E ditemi che esisto!” o provoca l’adulto fino a che questo è costretto occuparsi di lui. E tanto più questi comportamenti sono ripetitivi e forti, tanto più significa che alla base c’è il bisogno del bambino di trovare la sua identità attraverso il riconoscimento degli altri. Il bambino ha bisogno degli altri per non confondersi, per non perdersi. 



[1] Nicolodi G., “Maestra, aiutami…”, 1995, Ed. Scientifiche CSIFRA, Bologna.

 

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