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Quando un “Che schifo!” diventa un traguardo

L. ha quattro anni e ha conosciuto la psicomotricità qualche mese fa. Per lui era una cosa nuova, come nuove eravamo noi psicomotriciste e i bambini con cui si era ritrovato a condividere dei momenti di gioco in una grande stanza con cuscini e materassi. Ecco, questa era l’unica cosa che già conosceva, perchè, in quella stanza, trascorreva alcuni momenti della giornata con le sue educatrici e i suoi compagni di classe.
Era un attento osservatore, ma non parlava con nessuno, nè con i compagni, nè con gli educatori. Guardava incuriosito gli altri bambini saltare, rotolare, distruggere… ma non si avvicinava. Ci seguiva con lo sguardo, ma non osava chiedere, nè rispondere, quando gli si domandava qualcosa. Eppure ci si provava in qualsiasi modo: con i gesti, il sorriso, con i cuscini, i teli, le corde. Niente, non voleva saperne di parlare… ma andava bene così.
Perché non si sentiva, ma c’era, con tutto il corpo.
E col passare delle settimane iniziava a fare tante altre cose. Sorrideva quando vedeva cadere una torre di cuscini o quando un suo compagno saltava dalla palestrina fingendo di essere una scimmia.
Un giorno lo vediamo nascondersi sotto a un materasso insieme ad altri bambini.
Allora chiediamo:
– Chi c’è li sotto?
Rispondono tutti i bambini, tranne lui. Ci riproviamo ancora, ma niente. Il “nascondino” prosegue qualche minuto finchè, ad un certo punto, inaspettatamente, lo sentiamo dire il suo nome e lo vediamo saltar fuori dal materasso! Decidiamo di continuare e il gioco prende un ritmo sempre più incalzante. Lui risponde con la voce sempre più forte e, guardandoci, ride. Ride tantissimo. Ride talmente tanto che dalla sua bocca esce un goccio di saliva che cade sul materasso. Se ne accorge, ci guarda di nuovo e urla “che schifo!”… la “magia” della psicomotricità!