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I no che aiutano a crescere – seconda parte

(segue dal post precedente…)
Al di là dei “no” che il bambino sente e cerca di riproporre nella sua crescita e nei primi mesi di vita, il no compare con più forza nel secondo anno di vita: per bambini particolarmente precoci, i primi no sono intorno ai 18 mesi e poi – con decisione e una frequenza spesso imbarazzante anche per amici invitati a cena – intorno ai 2 anni, 2 anni e mezzo. Ma ancora forse non ci siamo resi conto di quanto siano importanti e santi quei “no”. Dai 18 mesi in poi, infatti, il bambino acquista sempre più consapevolezza di sé: ovvero, se prima il bambino si credeva – secondo le più classiche teorie – “fuso” con la madre o parte di essa o comunque qualcosa che era molto, ma molto intrecciato con lei, dai 18 mesi circa, il bambino incomincia invece a comprendersi e a viversi come un qualcosa di diverso, di fatto e finito, di “io”.
Ecco allora che in questo senso il “no” acquista un significato particolare: non è più il “lo faccio perché non ho altro scampo”, ma il no perché sto cercando di autodeterminarmi. Il sì, in questo senso, non ha lo stesso significato di autodeterminazione.
Certo, l’autodeterminazione stessa passa poi – crescendo – per dei no sempre più reali, sempre più “non lo faccio perché non voglio, perché non credo che sia giusto”. Ecco allora che, quando siamo verso i 5 – 6 anni, i no cominciano a prendere delle pieghe un po’ diverse e in questo senso – bisogna ammetterlo, cari genitori – il no è no: non è che poi rimane la parte dell’agire in maniera accondiscendente.
Ecco allora lo step successivo: come facciamo a sopravvivere al “niet”? innanzitutto andiamo – per chi di noi può – a recuperare la santa alleanza matrimoniale. In questo senso, spesso la mamma, nella prima fase della vita, è l’unica che impone dei no per proteggere il bambino e poi piano piano, questa “palla del censore” le mamme cercano di passarla ai papà. Alcune ci provano ancora quando noi figli siamo in età da marito, quindi direi che a seconda delle famiglie dove si capita ci sono genitori che riescono a viversi bene questa cosa e altri che vivono costantemente nella diatriba “non voglio essere solo io il carabiniere cattivo”. Certo è che, sempre guardandola dal punto di vista del bambino, l’introiettare e digerire norme quali “si deve mettere in ordine” solo da parte della mamma e il papà fa un po’ come vuole, permette ad un bambino di 6 anni di poter dire un “no” che ha più sincerità di tanti agiti adulti.
Ma passiamo quindi a cercare di capire l’altro lato della medaglia: se ci sono dei “no”, allora ci saranno anche e solo dei “sì” che aiutano a crescere. Eccoci qui davanti ad un dilemma. E, ahinoi, a tanta pigrizia. Se ci pensiamo bene, tante volte sentiamo – e abbiamo vissuto – dei “ho detto no e basta”.
Consapevoli della necessità e del valore educativo che queste “forme di costruzione sintattica” sono importanti, basilari e necessarie (ci sono limiti, regole o anche solo momenti in cui il bambino non può essere già considerato un leader sindacalista degli anni ’70, né tanto meno imporre le sue lacrime e mugugni a tutto il vicinato), siamo altrettanto convinte della necessità di spiegare i no – quelli veri, che aiutano a crescere – e per quanto possibile trasformarli in sì. Anche noi grandi, nella nostra quotidianità, siamo più propensi al no declinato in “non si può fare, è difficile, non ho voglia, è meglio di no, per oggi no”. Proviamo anche noi, per noi stessi, ad usare l’approccio che vira verso il sì. Assaporiamone i benefici e, con i nostri figli, proviamo a ribaltare il no e, laddove possibile, provare a vedere se c’è un sì. Un sì è bello giocare, correre e sudare basta farlo in spazi aperti e non in canotta con il vento dell’est. Un sì, si può essere arrabbiati, sì è normale non avere voglia anche di andare a casa della nonna a mangiare, però meglio lei che tante cose che cucino io. Sì ok ho detto che devi spegnere la televisione, non che devi smettere di vivere, quindi basta che fai altro.

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